lunedì 19 febbraio 2018

LA MENTE HA IL POTERE 
DI FARCI AMMALARE O DI FARCI GUARIRE



Lo scienziato Bruce Lipton è oggi noto a livello internazionale per i suoi studi nell'ambito dell'epigenetica e le sue teorie che divulga attraverso i suoi libri e le sue frequentatissime conferenze. Lipton ha militato in ambito medico dagli anni “60: ha investito gran parte delle sue energie per dare una risposta a un semplice quesito: “Chi controlla il destino delle cellule?”
Tutte le cellule sono identiche, come spiega Bruce Lipton “Se si prendono cellule sane e si collocano in un ambiente sfavorevole, le cellule si ammalano e muoiono”. Quando una cellula è malata i medici iniziano la loro opera di prescrizione di medicinali.
Quando ingeriamo un farmaco questo scatena una serie di reazioni biochimiche che coinvolgono tutto il corpo e non solo la sezione anatomica da guarire. Quelli che noi chiamiamo “effetti collaterali” sono degli effetti diretti del farmaco, in farmacologia non esistono “effetti collaterali”, ma solo effetti diretti. Quando prendiamo un farmaco diamo per scontato che la sua efficacia circa il nostro scompenso possa creare più benefici rispetto ai danni che quel farmaco sta causando con gli altri effetti diretti.
Secondo le statistiche, negli USA, i farmaci uccidono oltre 300.000 persone all”anno! La conclusione sorge spontanea: c”è qualcosa di sbagliato nella farmacologia moderna. Se a far ammalare le cellule è l”ambiente, eliminando un ambiente nocivo e spostando le nostre cellule in un ambiente sano e salutare, si arriverebbe a una guarigione spontanea.
Gli esseri umani sono composti da circa 50 trilioni di cellule, per spiegare meglio il concetto, lo scienziato Lipton paragona il corpo umano a una comunità dove ogni cellula rappresenta un individuo e ogni organo una collettività. Da qui ritorniamo alla domanda iniziale: da cosa dipende il destino delle nostre cellule?
A cambiare il destino delle cellule è il nostro flusso sanguigno. Il sangue dipende dal sistema nervoso e il suo modo di interagire con l”ambiente esterno. Come spiega Bruce:
"La medicina cerca di guarire le cellule dalla malattia andando a intaccare i meccanismi biochimici innescati dall'ambiente esterno. La medicina agisce sull'uomo quando il problema è l'ambiente!.
Di fatto i recenti studi dell'epigenetica dimostrano sempre più quanto l'ambiente incida sull'attivazione o la disattivazione dei geni. Dunque alla domanda cruciale "se in un ambiente sano possiamo guarire spontaneamente" il ricercatore Bruce Lipton ha risposto: 
"In teoria sì, ma in termini pratici è tutto più complesso perché la nostra mente interpreta l'ambiente esterno a modo suoMagari noi siamo posti in un ambiente sano ma la nostra mente inizia a leggerlo come un ambiente negativo e dannoso, il nostro sistema nervoso genera così una sostanza chimica che ci renderà ugualmente malati" 
Bruce Lipton, durante le sue ricerche, ha analizzato una grande quantità di dati relativi all’effetto placebo: molti farmaci che assumiamo, con la sperimentazione, si sono dimostrati addirittura meno efficaci del placebo. Gli esperimenti classici consistono nell’individuare un grosso campione di ricerca che lamenta una certa patologia, questo campione viene diviso in due gruppi. Al primo gruppo si somministra un medicinale vero, al secondo gruppo viene dato un placebo, ovvero una “falsa pillola” che non ha più potere di una mentina. Quando l’individuo era predisposto alla guarigione, si sentiva meglio e il corpo reagiva bene anche dopo aver assunto un inerte placebo.
Con questa premessa si arriva a parlare dei principi di guarigione spontanea legati al controllo mentale. Anche in questo caso, per spiegare una marea di saggi complicati, ci rifaremo a un esempio pratico:
Se chiudete gli occhi e pensate a una persona amata, il vostro sistema nervoso inizierà a produrre dopamina, serotonina, ossitocina… Questa miscela biochimica coinvolgerà l’intero organismo e voi potrete sentirne i benefici nel vostro corpo, la biochimica porterà un grosso bagaglio di benessere alle vostre cellule. Ecco perché se ci innamoriamo stiamo così bene in compagnia del nostro amato. Al contrario, se pensiamo a qualcosa che ci turba o ci spaventa o affrontiamo la vita frenetica con una continua ansia di sottofondo, questo ci fa ammalare, il nostro sistema nervoso secerne gli ormoni dello stress e alle nostre cellule non arriverà di certo una miscela chimica benigna!
Le persone non sanno che ogni giorno cresciamo. Sì, ogni giorno centinaia e centinaia di cellule muoiono e sono soppiantate da cellule nuove. Il nostro apparato gastrointestinale effettua un turnover di cellule ogni tre giorni. Se il nostro organismo viene “distratto” da farmaci, da “stress” da “pensieri negativi” o da centinaia di altre cose superflue, nel turnover potrebbe andare storto qualcosa e così potremmo ammalarci. I virus dannosi e in generale tutti gli altri agenti patogeni potrebbero subito attecchire, e il motivo è più semplice di quanto si possa credere: la nostra mente, attraverso l'ideazione negativa (il filtraggio disfunzionale degli eventi e dell'ambiente, operato  dagli schemi mentali e gli atteggiamenti erronei sviluppati soprattutto nei primi stadi del proprio sviluppo psicologico) genera una serie di emozioni negative che innescano una catena di reazioni biochimiche, che finiscono per bloccare parzialmente l'efficienza del nostro sistema immunitario, rendendo così il nostro organismo più vulnerabile.
A chi è capitato di ammalarsi senza aver preso freddo?
Se vi è successo, probabilmente perché il vostro organismo era distratto da altro e ha concesso l”ingresso di un virus. Discorso analogo anche per il cancro, così come spiega il ricercatore:
"Effettuando delle analisi a campione si è scoperto che le cellule tumorali albergano in tutti noi. Queste cellule ci sono sempre, in tutti, solo che il sistema immunitario è funzionante quindi ne impedisce la crescita."
La scienza ci dice che il corpo risponde alla fisica quantistica, mentre la medicina odierna è basata sulla fisica di Newton. La farmacologia vuole stravolgere la biochimica dell’organismo aggiungendo altra chimica. Secondo la logica dettata dalla fisica dei quanti, più che somministrare altra chimica bisognerebbe innescare un cambiamento dell’energia. Secondo la fisica quantistica è tutto energia, quindi anche i nostri pensieri lo sono.
La mente è energia. Quando si pensa s’innesca un potenza di trasmissione che si traduce in segnali biochimici che si propagano in armonia con il nostro corpo.
Personalmente, nel mio studio di psicoterapia mi sforzo da circa un decennio a spiegare questo principio ai miei pazienti, riprendendo le vecchie nozioni del modello energetico freudiano e poi quelle più attuali della neurofisiologia e della fisica quantistica: lo faccio sempre quando intendo lavorare con l'ipnositerapia, per rendere conto di un concetto semplice ma basilare, cioè di quanto la nostra mente possa essere potente nel generare pensieri ed emozioni e nel determinare la qualità del loro processamento positivo o negativo, e dunque sia nel farci ammalare che nel farci guarire, producendo uno squilibrio energetico, che si traduce in psicosomatizzazioni, sintomi psichici e/o organici, e alla lunga in danni d'organo
Poiché le aziende farmaceutiche non potrebbero vendere i pensieri, non investono neanche un centesimo per dimostrare la stretta correlazione tra “mente-corpo” in termini di “segnale-risposta”. Il segnale dettato dalla mente potrebbe costantemente essere di benessere così come la risposta.
I pensieri generano un campo di energia che viene convertito in un segnale biochimico capace di curarci in modo del tutto naturale. Gran parte del lavoro psicoterapeutico alla fine verte intorno a questo principio: modificando schemi mentali disfunzionali, eliminando atteggiamenti erronei, risolvendo conflitti e complessi, in qualche modo si riesce a recuperare un equilibrio psicofisiologico più adattivo, e migliorare le proprie relazioni.
Bruce Lipton, che è stato anche professore universitario, ha abbandonato la cattedra perché sapeva che ciò che insegnava non corrispondeva proprio alla realtà, e ha deciso di concentrare tutte le sue energie nella medicina quantistica.
Purtroppo non è così facile riuscire a gestire il flusso dei pensieri. Questo perché gran parte del potere risiede nel subconscio. Noi umani usiamo il subconscio per il 95% dei nostri processi mentali, solo il 5% dei nostri processi mentali è dettato dalla mente cosciente. La trama del subconscio viene costruita grosso modo nei nostri primi cinque-sei anni di vita. Cosa è stato appreso in questi primi delicatissimi anni, diventa il punto cardine della nostra vita da adulti fino a condizionare il nostro comportamento e la nostra salute. E tutto ciò che viene appreso in queste fasi primarie del nostro sviluppo psichico viene incamerato nei nostri registri di memoria (dunque nel nostro cervello) in termini di memorie emotive implicite, molto potenti. 
Purtroppo non possiamo controllare il subconscio ma possiamo “riprogrammarlo”. Come spiega Lipton:
"Molti studi mostrano che molte malattie sofferte in età adulta hanno a che fare con la programmazione e l'ambiente in cui viviamo nei primi sei anni di vita".
In altre parole, da bambini “assorbiamo” gli atteggiamenti negativi che abbiamo intorno e così programmiamo il subconscio predisponendolo a fattori come preoccupazioni, sensi di colpa, ansie… E' dimostrato che se un bambino adottato è cresciuto da una famiglia dove uno dei genitori ha un tumore, nella vita adulta il soggetto adottato ha più probabilità di sviluppare un cancro”.
Personalmente posso dire che tutto il lavoro ipnoterapico svolto con le molteplici tecniche del metodo ipnotico è sostanzialmente rivolto al recupero di risorse sane dall'inconscio dei pazienti. Attraverso le tecniche ipnotiche centrate sulle problematiche del paziente si cerca sempre di sovvertire dei conflitti inconsci, e di creare energie sane e positive che inneschino nell'organismo un circolo biochimico virtuoso.
Con una certa frequenza chi lavora in ambito medico non sa come approcciarsi a studi di questo genere, eppure è perfettamente consapevole dei danni alla salute che una mera emozione negativa generante stress può causare. Il medico sa che molte persone tendono a somatizzare dei sintomi (la dermatite atopica e l”alopecia sono i classici esempi) quindi, perché non potrebbe esserci dell”altro? Nella realtà dei fatti, anche le antologie mediche insegnano che le emozioni sono degli attivatori biochimici.


Bibliografia
"La mente ci guarisce più dei farmaci". In tecnologia-ambiente.it
"La biologia delle credenze", di Bruce Lipton.
"The wisdom of your cells: how your beliefs control your biology", di Bruce Lipton.
"Ipnosi e suggestione in psicoterapia", di Ornella Manca Uccheddu e Antonello Viola


DOTT. ANTONELLO VIOLA
psicologo-psicoterapeuta-ipnoterapeuta
Studio di Psicoterapia, Consulenza Psicologica-Psicodiagnostica e Ipnositerapia
Via Pierluigi da Palestrina, 15
Sinnai (CA)
Tel. 3200757817
e-mail: antonello.viola@gmail.com


mercoledì 5 luglio 2017

L’importanza di coltivare atteggiamenti sani per non ammalarsi


L’importanza di coltivare atteggiamenti sani per non ammalarsi
Le malattie e qualsiasi manifestazione fisiopatologica può essere considerata come un’espressione del nostro corpo, nel tentativo di fronteggiare situazioni e dinamismi mentali conflittuali o disfunzionali insiti nella nostra sfera mentale ed emozionale. E’ questo il motivo per cui si dovrebbe sempre prestare una particolare attenzione nel mantenimento dell’equilibrio e dell’armonia nella vita psichica del nostro essere, per poter godere di una migliore salute nel nostro corpo.
Questa breve lista di semplici raccomandazioni può aiutarci ad evitare che il nostro sistema mente-corpo si saturi di tensioni, che progressivamente lo conducano a un punto di rottura che può innescare la malattia.
§  Prendi decisioni. Non prendere decisioni, attraverso meccanismi di difesa di diniego o di razionalizzazione, può farci permanere in situazioni incerte caricandoci di dubbi, emozioni negative e conflitti, e soprattutto non ci conduce dove invece vorremmo stare.

§  Perdona te stesso e gli altri. Il perdono è uno degli strumenti più utili che si possano avere a disposizione, tuttavia però in pochi riusciamo veramente a metterlo in pratica. Perdonare gli altri ci consente di scaricare il rancore, lo spirito di vendetta, i giudizi, mentre perdonare noi stessi ci permette di lasciare i sensi di colpa e i rimorsi in rapporto alle azioni e omissioni delle quali siamo responsabili, e continuare ad andare avanti senza i pesanti fardelli del passato. La capacità di perdonare, con uno spirito compassionevole e auto-compassionevole è un potente volano di crescita e di evoluzione spirituale.

§  Non prendere le cose in modo personale.  Se prendiamo tutto in modo personale rischieremo di vivere arrabbiati con il mondo, e di cadere nella trappola paranoide dei dubbi persecutori, vedendo secondi fini, allusioni e complotti che in realtà non esistono, o rovinando facilmente le relazioni, anche quelle più importanti. Se invece cominceremo a capire veramente che ogni persona sta compiendo un processo evolutivo personale, e che le sue emozioni negative, i suoi errori, hanno a che fare più con se stessa che con noi, questo ci permetterà di vivere la vita e le nostre relazioni con una spirito più comprensivo e un atteggiamento più empatico.

§  Accettati per come sei. Quando nella nostra anima si muovono sentimenti di rifiuto per noi stessi, quando viviamo i nostri giorni confrontandoci con gli altri e cercando approvazione dagli altri mentre neppure noi stessi riusciamo ad approvarci, allora non ci stiamo accettando e vorremmo essere qualcun altro, e questo non fa altro che far covare nella nostra psiche paura, rancore e risentimento nei nostri stessi confronti. Una delle chiavi dell’essere autentici è accettarsi, e questo non significa essere passivi, semplicemente vuol dire prendere atto umilmente dei propri limiti o delle proprie fragilità, con l’intenzione e la speranza di crescere e porre in essere cambiamenti positivi.

§  Non tenerti dentro le tue emozioni e i tuoi sentimenti. Certo non è una buona idea andare in giro a sbandierare ai quattro venti ciò che sentiamo, ma non c’è dubbio che sia prima di tutto importante identificare quello che sentiamo ed essere onesti con noi stessi, e poi esteriorizzare in modo opportuno quello che sentiamo. La capacità di esprimere e gestire le proprie emozioni e i propri stati affettivi è un'importante conquista nel processo evolutivo della nostra personalità.

§  Mostrati per come sei. Non pretendere di essere ciò che non sei, e non fingere di esserlo, non mentire: questo ti consente di agire in modo naturale, ed eventualmente avvicina le persone che ti circondano per ciò che effettivamente e realmente sei, e non per una semplice questione di facciata o per altri aspetti ai quali non corrispondi.

§  Non vivere di ciò che diranno. Quello che gli altri dicono di noi non può essere più importante della nostra immagine e della nostra auto-percezione, e se questo accadesse il rischio sarebbe di vivere per soddisfare le aspettative degli altri, o per quello che gli altri chiedono o sperano, creando lentamente un senso di nullità, di vuoto e di inautenticità.

§  Non bloccarti davanti alle avversità. La passività ci colloca in una frustrante inazione che ci sottomette per un tempo indefinito a ciò che non ci piace: questo ci sottrae molte possibilità di apportare dei cambiamenti che ci consentano di migliorare la nostra condizione. I problemi non si risolvono con l’inazione, piuttosto con l’operosità, la proattività, la ricerca e la generazione di cambiamenti.

§  Apprezza il positivo. Quando vediamo il positivo, quando apprezziamo ciò che di buono sta intorno a noi, ciò che ci nutre, quello che risalta per la sua bellezza, spesso soltanto visibile attraverso gli occhi del cuore, allora viviamo in uno stato nel quale siamo più resistenti alla negatività, evitando di invischiarci e chiuderci in essa. Sforzarsi di vedere il positivo nelle situazioni, costituisce un atteggiamento essenziale per mantenere uno stato di armonia interiore.

§  Confida nel processo della vita. La vita può essere indecifrabile in alcune sue fasi, tuttavia nella sua tortuosità e nelle sue asperità il percorso della vita ci sta conducendo verso il bene più elevato, anche se non ci rendiamo conto, e nonostante talvolta possa essere molto difficile accettarlo. Apprendi l’atteggiamento della speranza, dell’attesa di qualcosa di migliore, e possibilmente vivi un’attesa non passiva, e probabilmente le cose migliori arriveranno.

Coltivare questi atteggiamenti ci consente indirettamente di prenderci cura del nostro corpo e ci aiuta a non permettere che una cattiva gestione della nostra vita emotiva finisca per farci ammalare. Il nostro corpo è come un tempio, e questi semplici atteggiamenti ne costituiscono come un sacrario prezioso.


Dott. Antonello Viola
Studio di Consulenza Psicologica e Psicoterapia
Cagliari - Sinnai (CA)
Sito web e informazioni: antonelloviola.com



giovedì 2 marzo 2017

La dipendenza affettiva e la codipendenza: l'importanza della prevenzione e della cura



  

La dipendenza affettiva, nota anche come dipendenza emozionale o codipendenza (in particolare la codipendenza risulta essere un modello di dipendenza affettiva più specifico, in cui la persona che ne soffre si orienta verso partner affetti da una grave dipendenza da sostanze, oppure partner marcatamente narcisisti) può essere considerata a tutti gli effetti come una particolare categoria di disturbo dipendente di personalità, in cui ciò che determina la dipendenza è specificamente la relazione di coppia: il fattore essenziale sotteso a questo disturbo è costituito dal tentativo più o meno inconscio della persona che ne soffre di colmare il vuoto intrapsichico sperimentato e la bassa autostima. Questo tipo di disturbo è inoltre fortemente connesso a un forte deficit nella capacità di gestione e modulazione delle emozioni e nella capacità di stabilire vincoli affettivi significativi con altre persone, a causa di un sottostante modello dell’attaccamento marcatamente insicuro (generalmente di tipo “ansioso-preoccupato” o “ansioso-timoroso”). Trattandosi di una tipologia di disturbo di personalità, come tutte le altre categorie di disturbo di personalità anche questo tende a mantenere una struttura relativamente stabile e cronica per l’intero arco di vita della persona, a meno che non venga opportunamente trattato con un adeguato intervento psicoterapeutico. Questo disturbo presenta sintomi vari, che rendono piuttosto difficile la valutazione diagnostica: esso si può accompagnare a una depressione reattiva, a un disturbo ossessivo, opuureanche a un disturbo dell’adattamento, o a un disturbo d’ansia. Nella dipendenza affettiva il dinamismo della personalità è ampiamente governato dalla profonda necessità del partner e dall’intenso timore della perdita e della solitudine, che generalmente finiscono per rendere estremamente difficile e problematico il vincolo affettivo stabilito nella relazione di coppia. Secondo uno studio effettuato in Spagna dalla “Fondazione Istituto Espiral”, questo disturbo avrebbe un’incidenza di circa il 10% nella popolazione adulta, di cui circa il 75% sarebbe costituito da donne. 

Nelle relazioni amorose le persone con dipendenza affettiva manifestano nei confronti del partner un tipo di attaccamento di tipo “ansioso”, e sono fondamentalmente caratterizzate da: una continua e pervasiva necessità di sapere di essere amate dal loro partner e dall’esigenza di costanti conferme; da notevoli difficoltà a svolgere una vita indipendente; dalla ricerca incessante di un partner potenziale per una relazione affettiva (quando non sono impegnate in una relazione sono generalmente pervase dall’angoscia), e da una scelta generalmente precipitosa dello stesso; da un profondo timore di non essere amate; da intense paure di perdita dell’oggetto del proprio amore e gelosie frequenti; da idee contraddittorie sull’amore e sui propri sentimenti; da grandi difficoltà a rompere la relazione anche quando essa sia altamente problematica e generatrice di malessere per la stessa persona dipendente.



Caratteristiche generali della personalità con dipendenza affettiva


  • Forte necessità di stare con il partner, intolleranza alla solitudine.
  • Bassa autostima, che provoca a sua volta una costante necessità di approvazione da parte degli altri, così pure come un grande timore del rifiuto e dell’esclusione sociale.
  • Notevole difficoltà a dire di “no”: si antepongono continuamente i desideri e i bisogni degli altri ai propri.
  •  Il dipendente affettivo generalmente occupa una posizione inferiore (one down) nel rapporto di coppia, sebbene questo non escluda che possa succedere il contrario, giacché esiste anche la “dipendenza affettiva dominante”, in cui la personalità dipendente può palesemente assumere una posizione superiore “one-up”, o una posizione solo apparentemente “onedown”, che in ogni caso le consente di controllare il rapporto.
  •  Sentimenti non risolti di colpa, rabbia, risentimento, isolamento e paura. Tutti questi sentimenti provengono dall’infanzia della persona dipendente, e dalle relazioni che si instaurarono con le figure di accudimento principali.



Così, normalmente le relazioni di coppia delle persone con dipendenza affettiva sono frequentemente molto dolorose, poiché queste sono solite scegliere partner che sembrano paradossalmente incapaci di amarle, spesso persone con un alto grado di egoismo, di egocentrismo e narcisismo: tutto ciò costituisce ovviamente un grande paradosso, dal momento che la personalità con dipendenza affettiva cerca, al di sopra di tutto, di essere amata. Ma il paradosso è spesso prodotto da una scelta impropria della tipologia di partner, la cui determinazione è fortemente condizionata da modelli operativi interni, da schemi mentali inconsci e da una scarsa differenziazione del Sé, la cui eziologia si rifà ai modelli e alle dinamiche relazionali che hanno caratterizzato le prime fasi del ciclo evolutivo.

Per questo motivo generalmente la cura della dipendenza affettiva richiede una psicoterapia sufficientemente lunga e intensiva, che svolga un lavoro analitico del profondo e congiuntamente un lavoro di tipo cognitivo-comportamentale: è indispensabile rielaborare le attribuzioni di significato delle dinamiche relazionali infantili e ristrutturare gli schemi mentali disadattavi e gli atteggiamenti erronei che si sono lentamente costituiti nel corso delle varie fasi evolutive, determinando i tratti dipendenti di personalità e un livello di autostima carente.

Una dipendenza affettiva non curata adeguatamente comporta l’elevato rischio che la persona che ne soffre resti invischiata in una, o in un susseguirsi di relazioni affettive deleterie, il cui corso si rivela fortemente controproducente ed estremamente doloroso per il proprio equilibrio mentale e psicofisico. 



La Codipendenza 

La codipendenza è definita come una condizione psicologica o un relazione in cui una persona è controllata o manipolata da un’altra affetta da una condizione patologica (tipicamente un disturbo narcisistico di personalità o una dipendenza da sostanze); in termini più ampi e generici la codipendenza indica la condizione patologica in cui un individuo dipende dal bisogno pervasivo di essere controllato o di controllare un’altra persona (generalmente il partner). Spesso questa condizione comporta la mancanza di considerazione dei propri bisogni, ai quali viene sistematicamente concessa una bassissima priorità, preoccupandosi invece eccessivamente dei bisogni degli altri, ai quali viene attribuita una grandissima importanza. La codipendenza può verificarsi in ogni tipo di relazione, familiare, lavorativa, amicale, di coppia, e può essere caratterizzata da schemi e meccanismi di negazione, di controllo, da bassa autostima e da eccessiva accondiscendenza (più raramente anche da schemi di evitamento). Le persone affette da disturbo narcisistico di personalità, o con tratti marcatamente narcisistici, rappresentano delle potenti calamite per le persone codipendenti. 

In generale la codipendenza consiste in una costellazione di comportamenti, pensieri e sentimenti che vanno oltre il normale livello di autosacrificio o di accudimento. Per esempio, la genitorialità comporta l’assunzione di ruoli che richiedono un certo grado di autosacrificio e di attribuzione di elevata priorità ai bisogni dei figli, e ciononostante un genitore non può essere considerato codipendente nei confronti dei figli, a meno che la sua funzione accuditiva e il grado di sacrificio genitoriale non raggiungano livelli malsani e autodistruttivi. Generalmente un genitore che si prende cura anche dei propri bisogni (emotivi e fisici) in modi sani, costituisce un buon genitore, mentre il genitore codipendente può essere meno efficace, e addirittura cagionare conseguenze negative ai figli. Un aspetto discriminante rispetto alla natura dei bisogni dei bambini è rappresentato dal fatto che, mentre i bisogni emotivi e di dipendenza infantili sono necessari ma temporanei, i bisogni della persona codipendente sono costanti e pervasivi.

Spesso le persone codipendenti assumono il ruolo di martire, e collocano costantemente i bisogni degli altri prima dei propri: nel fare ciò frequentemente dimenticano di prendersi cura di se stesse. Questo, comunque, conferisce alle persone codipendenti la soddisfazione del sottostante bisogno pervasivo di essere “necessarie”, placando il profondo timore di essere sole e l’intensa paura che nessuno abbia bisogno di loro. Le persone codipendenti sono inoltre costantemente alla ricerca di accettazione e di approvazione. Quando si tratta di argomentare qualcosa, generalmente esse tendono ad assumere la posizione di vittime, e quando rivendicano qualcosa per se stesse, solitamente si sentono in colpa. Ovviamente la codipendenza non si riferisce a tutti i comportamenti o sentimenti accuditivi, ma soltanto a quelli che presentano una chiara connotazione eccessiva e malsana. L’altra faccia della codipendenza, ovvero la problematica esattamente opposta, è la “controdipendenza”: da un punto di vista della “teoria dell’attaccamento” o anche delle “relazioni oggettuali”, potremmo dire che per una persona controdipendente (quindi compulsivamente autocentrata e autosufficiente, compulsivamente autoreferenziale) il raggiungimento di un sano livello di dipendenza da una qualche sorgente oggettuale al di fuori dal Sé, possa certamente essere considerato un progresso personale o un successo psicoterapico. Ma per ritornare alla codipendenza, a seguire vengono elencati gli schemi e le caratteristiche fondamentali che possono costituire altresì dei parametri di autovalutazione: in questi schemi sono implicati una serie di meccanismi di difesa inconsci, caratteristici della struttura di personalità del codipendente, e aventi lo scopo di evitare o gestire sentimenti intensi e minacciosi, e/o mantenere l’autostima. 


Schemi di negazione:

  • Ho difficoltà a individuare ciò che sento.
  • Minimizzo, altero o nego come mi sento veramente.
  • Mi percepisco come totalmente altruista e dedito al benessere degli altri.
  • Manco di empatia per i sentimenti e i bisogni degli altri.
  • Etichetto gli altri coi miei tratti negativi.
  • Posso prendermi cura di me stesso/a senza alcun aiuto degli altri.
  • Maschero il mio dolore in vari modi, occultandolo con la rabbia, l’umorismo, l’isolamento.
  • Esprimo il mio dissenso o l’aggressività in modi indiretti e passivi.
  • Non riconosco l’indisponibilità di quelle persone dalle quali mi sento attratta.



Schemi di accondiscendenza:

  • Sono disposto/a a sacrificare i miei valori e la mia integrità pur di evitare il rifiuto e la rabbia degli altri.
  • Sono estremamente solidale, e resto in situazioni dannose troppo a lungo.
  • Considero le opinioni e i sentimenti degli altri più dei miei, e ho paura a esprimere e sostenere personalmente opinioni e sentimenti che divergano da quelli degli altri.
  • Metto da parte i miei interessi e hobby allo scopo di fare ciò che gli altri vogliono.
  • Accetto il sesso o le attenzioni sessuali quando in realtà voglio affetto.
  • Prendo decisioni senza considerare le conseguenze.
  • Rinuncio alle mie posizioni per ricevere l’approvazione degli altri o per evitare il cambiamento.



Schemi di bassa autostima:

  • Ho difficoltà a prendere decisioni.
  • Giudico duramente tutto ciò che penso, dico o faccio, non ritenendolo mai “abbastanza buono”.
  • Mi sento imbarazzato/a a ricevere lode, riconoscimento o regali.
  • Non chiedo agli altri di soddisfare i miei bisogni e i miei desideri.
  • Considero l’approvazione altrui di ciò che penso e sento, e di come mi comporto, al di sopra della mia.
  • Non mi percepisco come una persona amabile e meritevole.
  • Ricerco costantemente il riconoscimento che penso di meritare.
  • Sono geloso/a delle relazioni delle persone da me amate, volendole avere tutte per me.
  • Ho difficoltà ad ammettere che ho sbagliato.
  • Ho bisogno di dare una buona impressione agli altri, e sono persino disposto/a a mentire per questo.
  • Mi percepisco inferiore agli altri.
  • Mi aspetto che gli altri mi diano un senso di sicurezza.
  • Ho difficoltà a iniziare le cose, a soddisfare le scadenze e a completare i progetti.
  • Ho difficoltà a definire delle sane priorità.



Schemi di controllo:

  • Credo che gli altri, per la maggior parte, siano incapaci di prendersi cura di se stessi.
  • Cerco di convincere gli altri di ciò che “dovrebbero” pensare e cosa dovrebbero “veramente” sentire.
  • Mi sento risentito/a quando gli altri non mi consentono di aiutarli.
  • Offro liberamente consiglio e direzione agli altri, senza che mi venga chiesto.
  • Elargisco regali e favori a coloro a cui tengo.
  • Uso il sesso per guadagnare l’approvazione e l’accettazione.
  • E’ necessario che gli altri abbiano “bisogno” di me se devo avere una relazione.
  • Pretendo che gli altri soddisfino i miei bisogni.
  • Uso il fascino e il carisma per convincere gli altri della mia capacità accuditiva e compassionevole.
  • Faccio leva sulle emozioni della vergogna e della colpa per sfruttare emotivamente gli altri.
  • Mi rifiuto di cooperare, venire a compromessi o negoziare.
  • Adotto un atteggiamento di indifferenza, impotenza, autorità o ira per manipolare gli esiti.
  • Ho schemi di pensiero ossessivi e compulsivi che non mi consentono di concentrarmi sulle attività quotidiane.
  • Faccio finta di essere d’accordo con gli altri per ottenere ciò che voglio.



Schemi di evitamento:

  • Agisco in modi che invitano gli altri a esprimere rifiuto, vergogna, o rabbia nei miei confronti.
  • Giudico duramente ciò che gli altri pensano, dicono o fanno.
  • Evito l’intimità emotiva, fisica, o sessuale, come mezzo per mantenere la distanza.
  • Consento alla mia dipendenza dalle persone, luoghi e cose, di distrarmi dal raggiungimento dell’intimità nelle relazioni.
  • Uso una comunicazione evasiva e indiretta per evitare il conflitto o il confronto.
  • Diminuisco la mia capacità di avere relazioni sane evitando l’uso di tutti gli strumenti che potrebbero consentirmi un recupero.
  • Sopprimo i miei sentimenti e i miei bisogni per evitare di sentirmi vulnerabile.
  • Attraggo gli altri verso di me, ma quando questi si avvicinano li respingo.
  • Credo che manifestare le proprie emozioni sia un segno di debolezza.
  • Trattengo le mie espressioni di apprezzamento.



Gli effetti controproducenti di una codipendenza non curata


Gli schemi non risolti della codipendenza possono condurre a problemi molto seri, come alcolismo, dipendenza da sostanze stupefacenti, disturbi dell’alimentazione, dipendenza dal sesso, e altri comportamenti controproducenti o autodistruttivi. Inoltre, le persone che abbiano sviluppato una personalità codipendente hanno più probabilità di attrarre nella loro vita ulteriori abusi da parte di persone aggressive, di restare invischiate in lavori o relazioni altamente stressanti, sono più inclini a non cercare un aiuto medico quando vi sia bisogno, e meno orientate verso il perseguimento di obiettivi importanti e promozioni. Per alcuni codipendenti, l’insicurezza sociale causata dalla stessa codipendenza potrebbe sfociare in un vero e proprio disturbo d’ansia, come una fobia sociale, o un disturbo d’ansia generalizzato, oppure anche in un disturbo evitante di personalità, o una grave sindrome depressiva, o in una patologica e dolorosa timidezza.


Come nel caso della dipendenza affettiva, anche la codipendenza, costituendone comunque una sua tipologia specifica, richiede un intervento psicoterapico sufficientemente lungo e intensivo, grazie al quale si possa lavorare psicodinamicamentesu conflitti, meccanismi di difesa immaturi, atteggiamenti erronei, modelli operativi interni dell’attaccamento insicuri, e contestualmente si possa condurre un lavoro di tipo cognitivo sugli schemi mentali disadattivi che sostengono i tratti di personalità dipendenti e masochistici. Sovente, alla dipendenza affettiva e alla codipendenza si associano anche nuclei molto marcati di personalità ossessiva e istrionica, oltre che quelli dipendenti e masochistici che generalmente ne costituiscono l’asse portante.


Nel mio studio la dipendenza affettiva e la codipendenza vengono affrontati e trattati psicoterapeuticamente nel contesto di un approccio di psicoterapia integrativa, che tenga conto della dimensione olistica individuale, dell’incidenza degli antecedenti evolutivi, degli schemi di attaccamento insicuro e dei tratti di personalità che sostengono i patterns di dipendenza, nel tentativo di determinarne un depotenziamento progressivo e un livello di adattamento relazionale sempre più funzionale.


Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica Dott. Viola
Sito web: www.antonelloviola.com 



Bibliografia

  • Antonello Viola (2012). La psicoterapia delle dipendenze affettive. Web: www.antonelloviola.com/psicoterapia-dipendenza-affettiva-cagliari.htm 
  • Jorge Castello Blasco (2005). Dependencia Emocional: caracteristicas y tratamiento. Alianza Editorial.